"Il viaggio, sia fisico che mentale, è l'unica cosa che conta, tutto il resto è delusione e fatica". L.F. Celine

venerdì 31 ottobre 2014

Caro Eduardo...


... Oggi in molti ti ricordano perché ricorrono trent’anni dalla tua scomparsa.  Parlano delle tue opere teatrali, delle tue magistrali interpretazioni. Di quando il Presidente Pertini ti nominò senatore a vita. Io le tue commedie le porto tutte nel cuore anche se non son napoletano. “Natale in Casa Cupiello”, “Questi Fantasmi”, Non ti Pago”, “Filumena Marturano” e… potrei andare ancora oltre. Ti voglio dire però che la mia preferita resterà per sempre “Il Sindaco del Rione Sanità” perché il suo protagonista, Antonio Barracano, era veramente un uomo dalla schiena dritta. Proprio come te. Una delle poche persone degne di sottoscrivere due semplici e brevi parole: “in fede.” Come te, caro Eduardo, ce ne son stati e ce ne saranno sempre pochi. Voglio dire, della stessa tempra. Perché tu resterai sempre unico non solo per la tua genialità, per il tuo grande cuore, capace come pochi di immedesimarsi nelle disgrazie degli uomini e di guardare la vita con l’ironia e il buon senso che, troppo spesso, in questo mondo manca. Stamattina mentre mi recavo al lavoro ero piuttosto sconsolato. Perché non sto passando un bel periodo e troppo spesso mi capita di sentirmi desolatamente solo con le mie ansie, i miei problemi quotidiani che, più passano i giorni, e più mi sembra difficile risolvere. Oggi però ho sentito alla radio l’attrice Lina Sastri che recitava un pezzo di un tuo discorso:

                      “Non chiamatemi senatore…
    ho impiegato una vita per diventare Eduardo. “


Così, di colpo ho capito che poco importa se la vita non riconosce i nostri meriti. Se anzi ci sputa in faccia, ci offende e ci denigra. Quel che conta è che noi siamo pienamente convinti delle nostre azioni e, quando siamo in pace con la nostra coscienza, ben poco può contare quel che gli altri pensano di noi o il male che vogliono arrecarci. Ti prego di scusare questo sfogo. Ma il fatto è che quella tua frase mi ha dato conforto e aiuto. Per questo mi rivolgo a te come ad un amico. Capace di sorriderti e consolarti nei momenti difficili, di spronarti a non arrenderti mai e, ancor più, di aiutarti a capire che valiamo per quello che siamo e non per come gli altri ci stimano o vorrebbero che fossimo. Oggi,  dopo aver sentito quelle parole che hai pronunciato tanti anni fa’, mi son sentito più forte e ho affrontato la mia giornata con maggior coraggio e serenità. Credo di aver capito la tua lezione e questo, caro Eduardo, te lo dico in fede.



mercoledì 29 ottobre 2014

Attenti al Mobbing!

Si tratta di una pratica molto diffusa di questi tempi. Fatta di atteggiamenti strafottenti, mistificatori, supponenti, irridenti perpetrati negli ambienti di lavoro per mettere fuori gioco lavoratori indesiderati e scomodi. Tali comportamenti vengono praticati dalle direzioni aziendali ma sostenuti spesso, con evidente piaggeria, da taluni lavoratori che, al fine di trarre vantaggio dalle disgrazie altrui, vestono i panni dei nuovi caporali. In ogni caso, la materia del mobbing è assai complessa perché gli atteggiamenti e i comportamenti con cui viene attuato sono subdoli al punto che, in sé considerati non possono essere qualificati come illeciti o lesivi. Di fatto è il complesso degli abusi e delle umiliazioni a indurre nella vittima uno stato di esasperazione e a costringerla ad abbandonare il posto di lavoro, facendo di fatto conseguire ai molestatori il frutto della loro azione. Affinché si possa parlare di mobbing è necessario individuare una serie di comportamenti univocamente orientati ad indurre uno stato di depressione e frustrazione nella vittima. Una classica azione di mobbing consiste nell’investire il lavoratore (la cui condotta è spesso ineccepibile) con continue osservazioni e rimproveri sostenuti, a volte con toni assolutamente irriguardosi e tali da umiliare la vittima dinnanzi ai colleghi. Parimenti, al fine di creare sconforto e far perdere fiducia e autostima, non si fa altro che rinfacciare al mobbizzato l’elenco dei suoi errori spesso arricchito con artate mistificazioni. Esistono poi una serie di comportamenti finalizzati ad isolare la vittima che vanno dal trasferimento della postazione di lavoro nel punto più infelice dell’ufficio, sino alla diffusione di pettegolezzi, illazioni e false affermazioni sulle abitudini di vita del molestato. Ma uno degli atteggiamenti attraverso il quale si realizza maggiormente il mobbing è l’ostruzionismo: evitare di compiere la propria parte di lavoro quando da questa dipende il successo del “mobbizzato”, non prendere le sue telefonate quando è assente, cambiare repentinamente turni, convocare riunioni ad orari insoliti, al fine di destabilizzare la vita professionale e privata del lavoratore. Non manca nemmeno chi, in modo improprio e spavaldo, millanta meriti e successi che, in realtà, andrebbero attribuiti alla vittima del mobbing. Ma quali sono le conseguenze psicologiche di questa subdola strategia? Innanzitutto, l’ansia da risveglio, lo sconforto e l’assenza di qualsiasi entusiasmo nei confronti del lavoro cui spesso si accompagna uno squilibrio psico-fisico, rilevabile talvolta anche nell’ambito familiare, dalla tendenza a subissare moglie e figli con problemi di lavoro. Quando ricorrono tali circostanze concatenate ci si trova, quasi certamente, dinnanzi ad un caso di mobbing. Ripeto però che si tratta di una situazione abbastanza difficile da dimostrare per cui è essenziale che il “mobbizzato” provveda ad annotare costantemente e con precisione gli episodi e gli atti finalizzati al suo danneggiamento e a raccogliere prove  in tutti i modi possibili, ivi comprese le registrazioni. Io credo poi che  ciò che il lavoratore debba assolutamente fare è… cercare di non ammalarsi. Considerare che il “mobbizzatore”, tolto dal suo ambiente di lavoro, è spesso un essere piccolo, piccolo se non addirittura una nullità, capace di esprimersi solamente là dove gli viene attribuito un micro-potere rispetto a determinate persone e funzioni. Ridimensionare il molestatore, difendersi con calma e decisione e, ove ciò non bastasse, cercare tutela sindacale e legale senza mai cadere nello sconforto e nella disperazione. Ricordarsi sempre  che “è il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.” 

mercoledì 22 ottobre 2014

Mio Padre, il "Secolo Breve" e... l'Incognita del Terzo Millennio

Il 23 ottobre di quest’anno mio padre avrebbe compiuto cent’anni.  La sua vita, sempre ispirata ad alti ideali, ha attraversato un’epoca densa di eventi incalzanti e dirompenti,  tali da far parlare del novecento come del “Secolo Breve”. Ha conosciuto i primi due lustri del terzo millennio ma fondamentalmente è stato non semplice spettatore ma protagonista del XX secolo.  Nacque a Cagliari nel 1914, proprio nell’anno in cui scoppiò in Europa la Grande Guerra. La sua formazione, tuttavia, si sviluppò lontano dalla natia Sardegna. Prima ad Intra, sulle rive del Lago Maggiore (ove il padre Beniamino fu preside dell’Istituto Tecnico Cobianchi), e poi a Palermo, ove frequentò il Liceo Classico e conseguì la  laurea in filosofia discutendo una tesi sulla “Monadologia” di Leibniz. Fu proprio nel capoluogo siciliano che trovò insigni maestri e fondamentali amicizie. Fu qui che incontrò mia madre. Nata a Palermo. Anche lei figlia di sardi. Non erano tempi facili, specie per chi, come lui, non si allineava al fascismo e, anzi, ostentava il proprio dissenso indossando un cravattino alla mazziniana. Già, perché Babbo è sempre stato fondamentalmente un repubblicano e il suo modo d’essere lo dimostrava pienamente. Perché, come diceva Giuseppe Mazzini, “la vita è missione e il dovere è la sua legge.” 
Credo che pochi siano stati capaci di applicare questi principi. Lui era così nella professione e in famiglia. Mentre Cagliari veniva rasa al suolo dalle bombe del 1943, lasciava i paesi di Laconi e Nuragus (ove la famiglia era sfollata) per raggiungere il capoluogo  e svolgere la sua attività di insegnante. Da buon mazziniano fondava la sua esistenza su “Pensiero e Azione” perché, come un giorno ebbe a spiegarmi, “in politica e nella vita non può esserci lotta senza ideali e gli ideali, se non coltivati, se non difesi quotidianamente con una strenua lotta, restano fini se stessi”. Son convinto che questo suo modo di pensare lo abbia indotto, al termine della Seconda Guerra Mondiale, a dedicarsi all’attività sindacale. C’era un paese da ricostruire e anche il mondo del lavoro doveva rialzare la testa. Conobbe Giuseppe Di Vittorio che molto lo incoraggiò a sostenere la vertenza degli insegnanti, impegnati in estenuanti trattative per la  riorganizzazione dell'ordinamento scolastico e la definizione delle regole per il reclutamento del personale docente. Mi raccontava dei frequenti colloqui col grande sindacalista di Cerignola, delle sue esortazioni: “Carlo spiega ai tuoi colleghi che ogni giorno ha la sua pena, che lo sciopero, le azioni di lotta sono essenziali se si vuole ottenere qualche risultato.”
 Seguirono snervanti trattative, giorni difficili ma, alla fine, si giunse, anche grazie al suo apporto, alla realizzazione di uno Statuto dei Lavoratori della Scuola . Babbo ha combattuto veramente tante battaglie e io non posso dimenticare quella per l’indennità di contingenza. Era l’inizio degli anni settanta e il salario dei lavoratori veniva eroso da una impietosa inflazione a due cifre. Avevo appena tredici anni e mi coinvolse nella stesura di un articolo per la rivista “Il Rinnovamento della Scuola”. Il mio compito era quello di realizzare i grafici che accompagnavano il suo studio ed io ero particolarmente felice perché mi piaceva barcamenarmi fra ascisse e ordinate. Affrontava con spirito mazziniano anche la questione religiosa. Agnostico ma mai anticlericale per partito preso. Aveva per amici diversi sacerdoti che ben conoscevano le sue posizioni. Che ben sapevano quanto il suo cuore abbia navigato sino alla fine nella “tempesta del dubbio.” Proprio per questo suo modo di pensare estremamente critico non ebbe una collocazione riassumibile negli schemi di un partito. Fu antifascista e sempre dalla parte dei più deboli. Non tollerò l’invasione sovietica dell’Ungheria e questo evento lo allontanò da certa ortodossia socialista. Si indignò per la barbarie degli “anni di piombo”. Soffrì per il decisionismo e l’opportunismo del socialismo dell’era craxiana. Ammirava l’onesta azione di uomini come Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini. Con quest'ultimo collaborò come membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Successivamente andò in pensione, ricevendo dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini la Medaglia d’Oro dei Benemeriti della Pubblica Istruzione. Negli ultimi anni della sua vita considerava la politica con distacco. Probabilmente irritato dalla torbida ondata di centro destra che ha gettato il nostro paese in uno stato di decadenza morale e culturale senza precedenti. Ripiegato in sé stesso, preso ormai da quelle problematiche esistenziali che si fanno più ricorrenti nell’animo umano quando si sente la fine ormai prossima, ci ha lasciato con serena dignità il cinque di aprile del duemiladodici. Nel corso del “Secolo breve”, che da par suo ha vissuto intensamente, ha visto l’Italia cadere e risorgere più volte. E’ stato fondamentalmente un idealista e uno studioso. Un incomparabile esempio per una società che, ancor oggi, naviga a vista. Senza lumi e principi. Che proprio non riesce a cogliere la lezione della storia.

giovedì 16 ottobre 2014

Paperino e... Paperinik



Permaloso, goloso, pigro, dispettoso, irascibile, presuntuoso. Pavido coi potenti. Amante della vita comoda a dispetto della sua povertà. Vittima, vittimista e… chi più ne ha più ne metta. Comunque allegro e simpatico. Paperino è il prototipo dell’uomo comune coi suoi vizi, le sue virtù, le sue debolezze. C’è un qualcosa però, una molla segreta che a volte lo spinge molto in alto e… allora Paperino scende nel suo rifugio segreto, indossa una maschera, una tuta carica di ingegnosi accessori. Paperino cambia pelle. Schizza rapido fuori dal suo scantinato nei panni di Paperinik. Abbandonando laggiù quei lati del suo carattere che lo rendevano  un pupazzo nelle mani dell’avversa sorte. 


Ora sono il coraggio, il senso di giustizia, la voglia di tutelare i più deboli e lottare contro i malfattori che lo muovono. Anche più degli incredibili orpelli messigli a disposizione da Archimede Pitagorico. Ma pure la modestia. Perché nessuno deve sapere chi si cela dietro la maschera di Paperinik. Son questi valori che  fanno di lui “un papero nuovo” e… poco importa che Paperinik, alla fine, ritorni sempre il solito Paperino. Circondato dai tre pestiferi nipotini, bistrattato dalla fortuna, schiavizzato da Paperone, sbeffeggiato da Gastone, incerottato dopo una collutazione. Perché, col vestito alla marinara o col costume da supereroe è sempre lui, coi suoi guizzi e le sue cadute, che meglio rappresenta lo spettacolo d’arte varia che è l’animo dell’essere umano.


sabato 11 ottobre 2014

La Radio ha Novant'anni

Si celebrano in questi giorni i novant’anni della radio italiana. Vorrei partecipare anch’io alla festa coi ricordi di questa cara amica che mi accompagna sempre durante i miei viaggi in auto, rende piacevoli tanti pomeriggi e stimola tante riflessioni. Da calciomane vorrei ricordare l’attesa spasmodica per i risultati del Cagliari campione d’Italia 1969/1970. Iniziavano i secondi tempi e la radio, inserita nel vecchio televisore Grundig, così ci parlava:
  
“ La Stock di Trieste, famosa in tutto il mondo per il suo brandy, vi invita all’ascolto di … “Tutto il calcio minuto per minuto!”

Il cuore batteva all’impazzata in attesa dei risultati e delle mirabolanti cronache di Sandro Ciotti, Nando Martellini, Enrico Ameri e Nicolò Carosio. Credo di aver rischiato l’infarto il 15 marzo del 1970 quando, al Comunale di Torino, si giocò Juventus – Cagliari decisiva per l’assegnazione dello scudetto. I rossoblù riuscirono a pareggiare due a due al termine di una partita altalenante e difficile caratterizzata dall’acrobatico autogoal di Niccolai, da due calci di rigore e dallo show dell’arbitro Lobello di Siracusa che ci mise del suo per rendere ancora più avvincente quel match. La sofferenza per chi, come me, ascoltava la radio fu terribile. Poi alla fine levammo le braccia al cielo perché, superato quello scoglio, per il Cagliari era ormai quasi fatta. Ma la radio era fatta di tante e tante altre cose ancora. A ora di pranzo le radioline diffondevano nel cortile le note di “Rock around the clock” che segnava l’inizio di “Alto Gradimento”, la goliardica trasmissione di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, popolata da folli e demenziali personaggi. L’ingenuo Max Vinella, il nostalgico Catenacci, l’astronauta Raimundo Navarro che orbitava da ben otto anni dimenticato nello spazio a bordo della capsula “Paluma Secunda”… Poi c’era la pubblicità e Lelio Luttazzi che, “con l’ormai fatidico grido di “Hiit Parade! “, chiamava a raccolta tutte le domestiche dell’isolato per ascoltare gli ultimi successi di Little Tony, Mino Reitano e dei Camaleonti e… intanto saliva il profumo della carne ai ferri e delle patate fritte che mamma aveva appena cucinato. Babbo, invece, sfogava la sua passione per la cucina di domenica. Iniziava di buon mattino accompagnato dal giornale radio. Seguivano poi le canzoni di Mina e Jonny Dorelli perché la radio trasmetteva “Gran Varietà” con la straordinaria partecipazione di Walter Chiari, Paolo Panelli, Aldo Fabrizi, Bice Valori, Alberto Sordi e… tanti altri ancora. Ma il clou era verso mezzo giorno e mezza quando prima Enzo Tortora e (negli anni successivi) Franco Nebbia presentavano il gioco a quiz intitolato “Il Gambero”. Babbo allora iniziava a sfoggiare tutta la sua cultura e a pavoneggiarsi. Rispondeva a tutte le domande e… “se ci fossi stato io di sù… se ci fossi stato io di giù.” Poi continuava a lamentarsi dei soldi che non bastavano… Questa era la radio della mia infanzia. La radio che è sempre nel mio cuore e tanti anni fa' ci ha portato sin sulla Luna. Ancora mi accompagna… coi suoi GR, i suoi bollettini, Radio Anch’io, SeiUnoZero , Fiorello e Bandini Fuori Programma e tante, tante altre cose ancora. La radio che è sempre meglio della tv perchè ti lascia libero di pensare, ridere, sognare ad occhi aperti. La radio che scandisce i ritmi della nostra vita e, giorno e notte, è sempre con noi. 

mercoledì 1 ottobre 2014

"La Gran Vera"

"La Gran Vera" ovvero, la Grande Guerra è il titolo della mostra che ho visitato presso il Teatro Navalge di Moena, lo scorso mese d’agosto. Nel centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale credo sia importante un’iniziativa come questa che aiuta tutti a comprendere quanto inutile sia ricorrere alle armi armi per dirimere le controversie fra i popoli. Il percorso proposto al visitatore è assai vasto e consente di conoscere non solo i campi di battaglia del fronte dolomitico e galiziano ma, ancor più, di immergersi nell’aspra vita di trincea e nell’ansia e nel tormento che opprimevano il cuore dei soldati prima dell’assalto. Perché, come affermava Emilio Lussu, “la vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte all’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile rendono tragiche le ore che lo precedono.” Così, alla vigilia dell’assalto, venivano effettuate fra i soldati laute distribuzioni di cognac e cioccolato. Per lenire la forte tensione e addormentare la coscienza prima di lanciarsi, con la baionetta innestata sulla canna del moschetto, contro il nemico e le mitragliatrici che mietevano migliaia di vittime,  così come la falce del contadino in un campo di grano. 


Più si va avanti nella visita e più si rafforza la convinzione di quanto colpevoli siano l’inerzia delle diplomazie, delle organizzazioni internazionali e l’indifferenza dei potenti che, oggi come allora, si pongono all'origine di tanti conflitti. Perciò ritengo significativo l’aver inserito, al termine del percorso, la sezione denominata “Guerra alla Guerra”. Una raccolta di fotografie che possono suscitare paura e ribrezzo ma che rispecchiano senza mediazioni la realtà dell'evento bellico. 


Dinnanzi a queste immagini, ho ripensato alla nostra Costituzione. Al principio secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra quale mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e ho condiviso il senso di “schifo” che Papa Francesco ha recentemente espresso nei confronti dei mercanti d’armi. Sono convinto che la mostra, organizzata a Moena, sia pienamente riuscita nel suo nobile fine: “far sì che questa guerra, madre di tutte le guerre moderne, resti impressa nella memoria di ciascuno a perenne monito e, nel contempo, per comprendere l’inestimabile valore della pace.”

Foto 1) La locandina della mostra, Foto 2) Ho provato con un mio disegno a riprodurre l'ansia e la paura di un fante che abbandona la trincea per lanciarsi all'attacco; Foto 3: Un cannone della Grande Guerra al Passo Falzarego, alle pendici del Monte Lagazuoi che fu teatro di aspri combattimenti.

mercoledì 24 settembre 2014

Lettera alla Sinistra, in cerca di Radici, Identità e Rappresentanza

Cara Sinistra,


lo so che è una cosa piuttosto inusuale scrivere una lettera ad un’area politica, ma gli eventi storici che si sono succeduti in questi ultimi anni inducono a compiere più d’una riflessione. Quel che mi spinge a scrivere è soprattutto l’evoluzione del Partito Democratico di stampo renziano che, nelle ultime due tornate elettorali (Consiglio Regionale della Sardegna ed Europee) mi ha indotto a disertare le urne. Mi sento, infatti, assai distante da un partito che ha ormai totalmente messo da parte gli ideali solidaristici e la propensione laburista che hanno da sempre caratterizzato la Sinistra. Da un partito che trova in Berlusconi il suo principale interlocutore e si muove per una revisione dello Statuto dei Lavoratori a tutto vantaggio della Confindustria, dimenticando quel “favor lavoratoris” che consentiva di compensare opportunamente la riconosciuta debolezza del lavoratore dinnanzi alla controparte datoriale. La tutela prevista dall’art.18 di cui tanto si discute in questi giorni non è una norma complicata, come taluni vorrebbero far credere. Non è un “mantra” ma un principio di civiltà che stabilisce in modo puro e semplice che il lavoratore licenziato senza una giusta causa ha diritto ad esser reintegrato nel suo posto di lavoro. Credo piuttosto che la volontà di abolire l’art.18, peraltro già fortemente depotenziato dai provvedimenti del Governo Monti, nasconda quello che è il vero “mantra” della Confindustria e cioè abolire il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Una mossa poco lungimirante che di certo non produrrà maggiore occupazione, non stimolerà i consumi e farà sì che tanti precari possano accedere al credito solo se “accompagnati dai genitori.” Son sinceramente preoccupato perché, in questi anni ho assistito ad un indebolimento della classe lavoratrice che, dopo la fine del PCI, ha di fatto perso un partito di riferimento. Percepisco il PD come una formazione politica centrista che di sinistra proprio non ha più nulla. Il suo leader Renzi sostiene che esser di sinistra significa “esser contro le ingiustizie”. Ma il concetto di giustizia può esser talvolta vago e opinabile. Quel che è giusto per l’uno può non esser giusto per l’altro. Non esiste una giustizia in senso assoluto ma anche l’equità che è la giustizia del caso singolo. Credo che l’esser di sinistra sia un qualcosa che va molto più in là del semplice amore di giustizia. 


Esser di sinistra significa prender parte decisa per i più deboli, esser, come diceva Gramsci, partigiani e non indifferenti, esser solidali e aver la capacità di sentire sulla propria pelle  la sofferenza dei più poveri e degli ultimi. Renzi, invece, preferisce  decidere, trovare le soluzioni per il nostro paese dialogando con Berlusconi, Marchionne e i manager della Silicon Valley. Di quel che dice la parte debole del paese sembra proprio che non gli importi niente. Tuttavia non è stato solo il PD a deludermi giacché non mi è sembrato che neanche Sel e Tsipras si siano mosse con la dovuta grinta. Così Renzi mostra di voler fare il bello e il cattivo tempo. Legittima la sua leadership  col successo alle europee e questa è una chiara forzatura alle istituzioni. Sarebbe un po’ come se il PCI (che superò la DC alle europee del 1984 sull’onda dell’emozione per la scomparsa di Enrico Berlinguer) avesse preteso, in forza di tale risultato, di governare l’Italia. Erano altri tempi e allora chi vinceva le politiche governava l’Italia. Chi vinceva le europee faceva la sua parte in Europa. Ma, sino all’84, c’era Pertini presidente e tante forzature istituzionali di certo non sarebbero state ammesse. Così l’Italia è governata da un PD che, prima col beneplacito concesso da Bersani a Monti e alla Fornero e poi con Renzi, sta realizzando molte più cose di destra di quante le forze conservatrici italiane non avrebbero mai osato immaginare. Si tornerà alle urne, prima o poi e, in quel momento la Destra potrà dire: “Avete fatto tutto voi con le vostre mani… noi non abbiamo mosso un dito” e se ne riderà di quel PD che gli ha spianato la strada dandola in testa ai lavoratori. Sono amareggiato perché, come molti altri, mi son sentito privato della rappresentanza politica. Ma continuo a sentirmi di sinistra nel senso che ho precedentemente esposto e così ho preferito non optare per  uno sterile voto di protesta. Vorrei piuttosto che chi ancora crede nei valori della sinistra si voglia riunire per creare un partito che abbia come fine fondamentale la tutela dei lavoratori e dei loro diritti. Un partito dichiaratamente laburista, sempre dalla parte dei più deboli, dei giovani in cerca di lavoro, dei precari che aspirano alla stabilizzazione, dei lavoratori più anziani e dei pensionati. Fedele a quei principi fondamentali della Costituzione che, assieme allo Statuto dei Lavoratori (che è legge di rango costituzionale) hanno realizzato quell’equo contemperamento tra le esigenze della produzione e la tutela della persona umana che ha accompagnato lo sviluppo del nostro paese dal dopoguerra sino agli albori del ventunesimo secolo. Per questo, cara Sinistra, penso proprio che tu debba ricompattarti. Riunirti nelle assemblee, diffondere le tue idee porta a porta. Così come facevi un tempo… quando ancora c’erà l’Unità che, in questi anni, è stata colpevolmente lasciata morire. Gli ideali della sinistra hanno profonde radici, hanno positivamente influenzato la storia italiana e ancor oggi sono in grado di incidere efficacemente. Perciò spero, cara Sinistra che tu sappia ritrovar le tue radici, riconoscer la tua vera identità e su questo costruire un’organizzazione che sappia dare una rappresentanza a tutte quelle persone che sentono di averla persa. Questa mia lettera esprime tanta amarezza. Pochi probabilmente la leggeranno perché è una goccia in mezzo al mare ma il mio desiderio è che una goccia (anche se non questa, un’altra) faccia finalmente traboccare il vaso… che tanta gente trovi nuovamente la forza di unirsi, che tutto il malessere e la disperazione che avvolge il nostro paese possa esser efficacemente rappresentato e tutto il patrimonio di tutele e diritti, faticosamente costruito dai nostri genitori e inopinatamente dissipato dalla nostra generazione, possa esser riconquistato. Perché, lo insegna la nostra storia, è coi diritti e non senza che si costruisce lo crescita di un paese.  Ti abbraccio, cara Sinistra… Non arrenderti mai!