Storie e Sogni di un Blogreporter Girovago

martedì 21 maggio 2013

L'Incredibile Storia di Sixto Rodriguez


Non scrivo quasi mai di musica… perché sono stonato, perché non so suonare. Ma di musica ne ascolto molta e , qualche volta mi capita di incontrare dei personaggi veramente incredibili. E’ il caso di Sixto Rodriguez, uno che il successo lo ha davvero raggiunto ma non lo sapeva. Uno che la chitarra la suonava da dio, anzi, la suona da dio e ha una voce che ti entra nel più profondo dell’anima.  Però negli Stati Uniti, dove Sixto è nato nel 1942, ben pochi si accorsero del suo talento. Ma cosa volete che gliene importasse ai fighetti americani di un oriundo messicano, di un povero manovale di Detroit che, dismessa la cazzuola, si dedicava con santa passione alla musica?  Era l’inizio degli anni ’70 e lui scriveva canzoni di protesta di ispirazione fortemente progressista ma… uno come lui non corrispondeva affatto ai canoni del poeta emaciato e tormentato che tanto andava in voga negli anni ruggenti di Bob Dylan e Joan Beaz. Chi poteva prestare attenzione a un muratore messicano, per di più scuro di pelle? Però Sixto Rodriguez ha un repertorio bello tosto. Nel 1970 pubblica l’album “Cold Fact” e nel 1971 “Coming From Reality”.  Negli USA questi dischi proprio non andavano. Ma c’è qualcosa nel destino degli uomini che gira sempre in modo particolare e diverso. Così, mentre Rodriguez, scoraggiato e  deluso, torna a fare il muratore, la sua musica varca l’Oceano. I suoi dischi sbarcano in Sudafrica ed è un successo perché furono vendute tra mezzo milione e un milione di copie. La voce di Sixto è percepita da molti sudafricani come “la voce della libertà in una società molto dura… musica che ha trasformato un paese, che ha cambiato una società. “ Forse però non era esattamente così… Era il suo fascino trasgressivo che trascinava i giovani in un paese ancora molto puritano oltreché razzista. Nel brano “Sugar Man”, Rodriguez esaltava il torbido richiamo della tossicodipendenza e in “I Wonder” il cantante chiedeva alla sua amante quanti uomini avesse avuto. Tuttavia i suoi dischi erano liberamente in vendita e  comprarli non ti rendeva affatto sospetto di esser complice dell’African National Congress di Nelson Mandela che, dal canto suo, era un movimento rivoluzionario e… puritano. Tanto che il suo braccio militare puniva a frustate chi fumava droga. Non sopportava i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante e l’insubordinazione nei confronti dell’autorità.  Allora era proprio quest’anima trasgressiva,  sempre oltre le righe, che trascinava la gioventù sudafricana… non uno spirito politico-rivoluzionario e… nemmeno l’ottima qualità della marijuana sudafricana, come sostenevano i  detrattori del manovale di Detroit. Peraltro, Rodriguez seppe solo molto tardi del suo successo in terra d’Africa. Questo perché le case discografiche sudafricane pagarono le royalty a una oscura società londinese e non al cantante che aveva firmato i brani con nomi diversi.  Sixto, però, aveva lasciato un ricordo profondo in due giovani sudafricani. Stefen Segerman e Craig Bartholomew Strydom che, a fine anni novanta, si misero febbrilmente alla ricerca di  "Sugar Man" Rodriguez e, dopo averlo trovato, nel 1998 lo portarono, quasi incredulo, in concerto a Cape Town. “Searching for Sugar Man” è il film, del regista svedese Malik Bendjelloul che racconta la ricerca condotta dai due fans  di Sixto Rodriguez. Una storia incredibile che, ancora una volta, aldilà dell’antico detto “nemo propheta in patria”, ci parla di quanto siano intricati e contorti i sentieri della vita.  Aver delle capacita misconosciute in casa e apprezzate  da persone molto, molto lontane da noi è veramente uno strano destino.  Sudarsi la pagnotta tra calce e mattoni nella propria terra. Tornare a casa stanchi alla sera. Suonare  per gli amici, per pura passione o solo per vincere la malinconia mentre aldilà dell’Oceano sei, senza saperlo,  una star, un idolo dei giovani... beh… si… credo sia proprio una cosa pazzesca!     

Se poi volete saperne di più… il documentario “Searching for Sugar Man”, premio Oscar 2013 sarà presentato al Festival Biografilm di Bologna tra il 7 e il 17 giugno 2013. Il musicista Sixto Rodriguez sarà in concerto il 25 maggio al Primavera di Barcellona  e il 3 giugno a Parigi. Sul n. 1000 di “Internazionale” l’articolo “Cercando Rodriguez” di Rian Malan che ha suscitato il mio interesse per la musica di “Sugar Man” e ispirato questo post.
La foto che introduce questo post va attribuita a: Paulisdead at English Wikipedia.

venerdì 17 maggio 2013

Manu che Vinse la Paura

Voglio raccontarvi una storia che, da qualche tempo  mi torna alla mente mentre mi reco nella mia nuova sede di lavoro. Posteggio l’auto e cammino piano. Sento il profumo dei fiori che proviene dai piccoli giardini che circondano le case. Gli uccelli che col loro canto salutano l’incipiente giornata. Entro sempre in ufficio in orario spaccato. Mai in anticipo perché ho bisogno di quei dieci minuti, di quel quarto d’ora per raccogliere le energie necessarie ad affrontare il lavoro. Sono arrivato solo da pochi giorni in questo ufficio e, inevitabilmente, girando per le vie di Sestu, cittadina a due passi da Cagliari, ripenso alla vicenda di una ragazza che era nata proprio qui… Parlo di Emanuela Loi,  la poliziotta che, a soli ventiquattro anni, perì col giudice Paolo Borsellino e altri cinque uomini della scorta a Palermo, nella strage di via D’Amelio.  Son sicuro che tante volte è capitato anche a lei di uscire la mattina in queste strade per recarsi a scuola. Di assaporare l’aria mite e i profumi della primavera. Lei che voleva fare la maestra e, decise invece di accompagnare la sorella al concorso per agenti di polizia. Così, solo per incoraggiarla, per darle man forte. Come si fa con le persone più care. Poi le cose andarono diversamente e fu scelta proprio lei, Emanuela, che sicuramente aveva altri sogni nel cassetto, altre speranze. La vita è strana e spesso ci porta su strade che mai avremmo pensato di percorrere. Verso un destino inaspettato, incredibile, talvolta tragico. Ma un lavoro, qualunque esso sia è sempre un lavoro. Poco importa se il lavoro ti affatica, ti crea tensione. Poco importa che possa comportare dei rischi professionali, crearti paura e ansia. Mettere financo a repentaglio la tua vita. Il lavoro è pane e ad esso leghi tutti i tuoi progetti, tutte le tue speranze. Al lavoro non si dice mai di no. Forse per questo Emanuela, che pure aveva paura, non si tirò indietro quando si trattò di entrare a far parte della scorta di Paolo Borsellino. Perciò si presentò anche lei, con gli altri agenti della scorta, il 19 luglio del 1992, sotto casa della madre del giudice. Poi… un boato terribile al quale seguì un silenzio irreale, subito soffocato dal suono delle sirene, dalla confusione e dalle urla che accompagnano questi interminabili momenti di terrore. La mafia aveva colpito ancora, appena cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta. Quella mafia, quella delinquenza organizzata che traffica in droga, in armi, sfrutta donne e uomini in tutti i modi, inquina l’ambiente, corrompe la politica. Uccide e passa sopra ogni cosa pur di curare i suoi loschi interessi. Ha travolto la vita di Manu che pure aveva vinto la paura. Manu che  non si era tirata indietro.  Perché la paura è un qualcosa di umano, di naturale. Che a volte ti immobilizza, ti attanaglia con la sua gelida stretta. Avvilisce la nostra personalità. Ci sono però gli eroi che sanno trovare motivazioni e ideali che li spingono a non arrendersi alla paura. Poco importa che il loro sguardo ispiri dolcezza, che la loro corporatura minuta sia giudicata inadatta a vestire una divisa.  Perché il coraggio non è fatto di montagne di muscoli e sguardi aggressivi. Il coraggio vince ogni apparenza e gli eroi non sono quelli che hanno spregio del pericolo, i temerari, ma coloro che hanno la capacità di superare la paura e andare avanti, nonostante tutto per il bene comune.  Emanuela certamente era così.  Forse piccola di corporatura, dal sorriso affabile e dolce. Più consono a una maestrina di paese che ad una poliziotta adusa ad affrontare i pericoli d’una feroce metropoli dei tempi nostri. Non dura, non sprezzante del pericolo ma con un animo così grande da insegnare a tutti noi che esistono mille ragioni per vincere la paura. La necessità di sopravvivere, il senso del dovere, la volontà di realizzare i nostri progetti, la consapevolezza d’esser parte di una società che ha necessità del contributo di ognuno di noi per andare avanti. La certezza che senza legalità non c’è speranza.  Emanuela ci ha insegnato ad opporci con tutte le nostre forze ad ogni forma di abuso e sopruso facendo semplicemente il nostro dovere. Eseguendo il nostro lavoro, senza guardare in faccia a nessuno. Nel rispetto di quelle leggi e di quei principi fondamentali che tutelano la persona umana sopra ogni cosa, costituiscono la base e il motore della società e, proprio per queste ragioni, son tenuti in odio e disprezzo dalle mafie.

domenica 12 maggio 2013

Silenzio...


Non è indifferenza,

Non è oblio ma…

Volar  via

lontano.

Per abbandonarsi

 
alla nostalgia
 

e talvolta al dolore.

mercoledì 8 maggio 2013

Ferrovie in Miniatura



Ho iniziato a costruire questo plastico ferroviario in scala N circa dieci anni fa'.
 
 
C'è un po' di tutto. Perché, in un ambientazione di stampo tipicamente teutonico, non circolano solamente treni tedeschi ma anche convogli svizzeri, italiani e austriaci.
 
 
Ho realizzato anche una piazza con una fontana e una chiesa con una coppia di sposi in procinto di entrare in macchina al termine della cerimonia nuziale.
 
 
Credo di averci rimesso gli occhi nel decorare quei balconcini fioriti, le strade e i paesaggi. In ogni caso è il sogno di un bambino che si è potuto realizzare solamente in età adulta, accompagnato di pari passo dalla passione per i viaggi. Un piccolo mondo in cui dar sfogo alla creatività e far viaggiare la fantasia per non dimenticare quel "piccolo principe" che alberga sempre dentro di noi. 
 
 

venerdì 3 maggio 2013

Un Fiocco Giallo per Domenico Quirico


Tutte le volte che un reporter viene rapito, ucciso o, più genericamente scompare, significa che è andato a mettere il naso là dove i cattivi regimi, le mafie e i signori della guerra non vorrebbero mai che si andasse a guardare. Là dove c’è il marcio e l’inconfessabile. Là dove il sangue si sparge per gli abietti interessi dei più forti. E’ questo che ho pensato quando ho saputo della scomparsa dell’inviato in Siria de’ La Stampa di Torino Domenico Quirico. Gli attacchi e le violenze nei confronti dei giornalisti  e dei media tendono a impedire  quella libera informazione che, oltre ad essere un diritto fondamentale per tutti i cittadini, costituisce la base per una corretta formazione dell’opinione pubblica.
Perciò mi oppongo, da queste pagine, alle organizzazioni criminali, al terrorismo, alle dittature e a ogni forma di fondamentalismo che con le loro azioni violente e clandestine vorrebbero chiuder gli occhi e cucir la bocca ai coraggiosi reporter che, in giro per il mondo, cercano di mettere a nudo le loro malefatte.  Così ho deciso anch’io di aderire all’iniziativa indetta dalle organizzazioni giornalistiche e di esporre su questo blog un fiocco giallo per esprimere la mia solidarietà nei confronti di Domenico. Perché egli possa far ritorno a casa. Perché ci sia maggior sicurezza per tutti coloro che operano nel settore dell’informazione, sugli scenari di guerra e là dove le mafie cercano di imporre le loro vergognose imposizioni. Perché chiunque si opponga con le minacce e la violenza alla libera informazione non resti mai impunito.

lunedì 29 aprile 2013

Primo Maggio: Una Buona Occasione per Riflettere, Stringere i Denti e Ripartire.


Se dovessi descrivere il mio stato d’animo con spirito crozzian-napolitano direi che vivo sempre il periodo che va dal Venticinque di Aprile al Primo Maggio con “viva e vibrante” partecipazione. Anche se la frase appare scherzosa, ritengo che queste ricorrenze civili abbiano un senso e un significato che va portato nei nostri cuori tutti i giorni. La Liberazione dal Nazi-Fascismo si pone infatti come primo fattore generativo della Repubblica Italiana. Della sua natura Democratica, Popolare, Antifascista. Del suo essere, per dirla con le parole della nostra Costituzione, “fondata sul lavoro”. Proprio per questo esiste una connessione profonda fra la festività del Venticinque Aprile e quella del Primo Maggio. Perché il fascismo costruì, nell’ambito del sistema corporativo (di fatto controllato dal regime e dalle classi padronali) un’organizzazione sindacale di comodo e perseguitò tutti i lavoratori che ebbero il coraggio di non prender la tessera del partito.
 
Con la Liberazione si aprì un periodo di profondi cambiamenti e importanti conquiste. Vennero riconosciuti i diritti dei lavoratori e, successivamente,  si giunse alla loro piena attuazione nei luoghi di lavoro con l’emanazione della legge 300 del 1970 meglio nota come Statuto dei Lavoratori. Si trattò di una stagione fondamentale della nostra storia in cui rifulsero illustri figure come quella del sindacalista Giuseppe Di Vittorio e del giuslavorista Gino Giugni.
 
Piace sottolineare che l’azione di ‘sì grandi uomini fu sostenuta dall’impegno corale, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori. Si trattò di una partecipazione forte, coraggiosa e appassionata che, con l’andar del tempo, si è affievolita forse perché si è dato per scontato che certi diritti e certe posizioni fossero acquisite per sempre.
Mentre dette posizioni, detti diritti andavano difesi quotidianamente. A nulla vale, a mio parere, giustificarsi col disimpegno, l’egoismo e il malaffare di certi sindacalisti. Perché, quando qualcosa non va, dobbiamo prender la parola nelle assemblee e manifestare senza remore le nostre posizioni e poi… proporci per svolgere quei compiti che riteniamo gli altri non eseguano in modo adeguato. C’è sicuramente colpa da parte dei sindacati per la  situazione attuale. Il “patto della lavanderia” sulla contrattazione separata siglato da CISL e UIL col governo Berlusconi grida ancora vendetta. Ma anche i lavoratori hanno le loro colpe. Quando restano a casa durante le ore di assemblea, depotenziando l’efficacia di tale strumento. Quando manifestano un’incredibile acquiescenza rispetto alle pretese dei datori di lavoro, trattenendosi a lavorare oltre l’orario stabilito senza che lo straordinario venga retribuito. Quando si prendono rischi non dovuti per garantire la correntezza della produzione e si chiudono mille e più occhi sul rispetto delle norme sulla sicurezza.
 
Quando non si denunciano in modo efficace i comportamenti offensivi dei superiori, si viene a lavorare con un corsetto per coprire lo stato di gravidanza nel periodo di astensione obbligatori (…succede talvolta anche questo!!!) o si gabella per lavoro autonomo, con una partita Iva di comodo, quello che, in realtà, è lavoro dipendente. In conseguenza di tutte queste cose, dilagano le pressioni commerciali, il mobbing e lo stress da lavoro correlato. Poco tempo fa mi è stato riferito di un lavoratore che diceva: “Sono in ferie… ma vado a lavorare perché ho un sacco di pratiche da svolgere.” Non è  dedizione al lavoro questa ma, visto che è possibile andare a lavorare senza mettersi in ferie, coglioneria allo stato puro. Perché chi si comporta in tal modo danneggia non solo sé stesso ma tutti i lavoratori e, ancor più, i giovani disoccupati, i precari e quelle persone che hanno subito le conseguenze dell’esodazione. Lo stesso discorso vale per chi si porta il lavoro a casa, sottraendo di fatto tempo alla propria persona e ai propri cari. Credo che oggi il Primo Maggio abbia un significato particolare. Aldilà del momento di Festa, sempre utile per ricordare i sacrifici e le lotte dei padri e ritemprarsi dalle fatiche del lavoro, si tratta di un momento per ritrovarsi e organizzare nuove e dure lotte che, crisi o non crisi, son rese necessarie dai tempi. Occorre battersi per sostenere la centralità della contrattazione collettiva, per ripristinare pienamente le garanzie previste dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pretendere la piena attuazione di questa legge e di tutte le norme poste a tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro. Sanzionare e perseguire duramente gli evasori fiscali e la delinquenza organizzata che, con attività illecite e il riciclaggio del denaro sporco,  hanno gravemente danneggiato l’economia nazionale. Battersi strenuamente per l’occupazione giovanile e contro ogni forma di discriminazione per ragioni politiche, religiose di razza, sesso o tendenze sessuali. Contro ogni forma di sfruttamento e lavoro nero. C’è veramente tanto da fare, perché in questi anni si è perso veramente molto terreno. Per recuperarlo non sarà sufficiente il lavoro di quelle persone che eleggiamo a nostri rappresentanti sindacali e politici, ma  la partecipazione di ciascuno di noi. Mai più acquiescenza e disimpegno. Mai più chinare la fronte davanti ai prepotenti e agli sfruttatori, se vogliamo essere artefici del nostro destino e del nostro benessere nei luoghi di lavoro… Se veramente vogliamo che il Primo Maggio torni ad essere una giornata di festa piena.
 








“La madre di tutte le emergenze in Italia è il lavoro. Va rilanciata la produzione. Bisogna intervenire sull’occupazione di giovani e donne…”
                                                                      Laura Boldrini




Foto 1:Ritratto di Giuseppe Di Vittorio di Carlo Levi; Foto 2: Tessera della Confederazione Generale del Lavoro Italiana, Parigi 1929 e una tessera dei sindacati fascisti dello stesso anno; Foto 3: Gli operai incrociano le braccia nelle fabbriche del nord; Foto 4: Gino Giugni; Foto 5: manifesto CGIL per la sicurezza e la salute sul lavoro; Foto 5: Il Presidente della Camera Laura Boldrini in una foto della Presidenza della Repubblica.

venerdì 26 aprile 2013

I Bombardamenti di Cagliari del 1943 e L'Armistizio del 25 Luglio nella Testimonianza del Professor Beniamino Melis



 
Ricorrono quest’anno i settant’anni dai terribili bombardamenti che sconvolsero Cagliari nel 1943.  Molto si è scritto e detto su questi eventi. Oggi però voglio proporvi una testimonianza per me molto speciale di quel periodo. Proprio in questi giorni, infatti, ho ripreso la lettura del testamento spirituale di mio nonno Beniamino. Non l’ho mai conosciuto giacché egli morì all'incirca quattro anni prima della mia nascita.   Tuttavia, addentrandomi nelle pagine delle sue memorie, ho avuto modo di apprezzare un uomo retto e di profonda spiritualità.  Egli fu Terziario Francescano e dedicò la sua vita alla famiglia, al lavoro e all’educazione dei giovani nella scuola. Possono sembrare parole banali ma la verità è che l’esistenza di mio nonno fu veramente ricca di tante cose. Nacque a Selargius, cittadina dell’hinterland cagliaritano. Fu uomo di scienza, apprezzato docente di chimica organica e inorganica.   Lavorò a Intra presso l’Istituto Lorenzo Cobianchi, a Marsiglia, Milano e Palermo. Tornò alfine nella sua terra e assunse l’incarico di Preside presso l’Istituto Tecnico Commerciale Martini di Cagliari. La Seconda Guerra Mondiale, in cui l’Italia era stata trascinata dal nefasto regime fascista, prendeva ormai una piega favorevole per le truppe  Anglo Americane e molte città italiane erano sottoposte a pesanti bombardamenti che costringevano la popolazione a sfollare nei centri rurali. Questa fu anche la sorte dei miei genitori e dei miei nonni.   Uno dei passaggi più critici della nostra storia che Nonno Beniamino, da uomo di fede qual era, così ci tramanda:

 


 
“Il 13 maggio del 1943 gli Inglesi sferravano un altro feroce attacco aereo sulla già sventurata città di Cagliari. Le case rimaste in piedi erano talmente lesionate da non potersi abitare. La bella via Farina e parte della via Dante, ove era la mia abitazione, erano distrutte. La mia casa rimaneva in piedi ma, ma erano scomparse le finestre, le saracinesche, diverse porte ed altre ridotte in pezzi; le pareti e le soffitte lesionate, un pavimento sollevato, la porta d’ingresso mezzo scardinata; anche i mobili subivano gravi danni. Era un problema raggiungere la via Dante, dovendo ovunque scavalcare montagne di macerie e superare le enormi buche , scavate dalle bombe.  L’edificio dell’Istituto Tecnico era crollato. Attraverso le scale ingombre di rottami raggiungevo l’ufficio di presidenza per assicurarmi soprattutto che gli oggetti della mia devozione, testimoni dei favori celesti fossero salvi. Trovavo il Crocifisso ancora appeso alla parete ma con un braccio rotto e il quadro della Madonna della Pace. Il quadro del Sacro Cuore di Gesù, dono di Suor Tambelli, era a terra, impolverato ma intatto. Un’ottantina di registri, riguardante la situazione scolastica degli alunni, dalla fondazione dell’Istituto erano sepolti sotto le macerie, ma bisognava recuperarli subito. Erano visibili attraverso uno squarcio del muro che limitava la via Sant’Eusebio, ingombra da un imponente cumulo di rottami. Senza esitazione scavalcavo quel cumulo e mi introducevo, attraverso la breccia, in una voragine sulla quale pendeva una volta in cemento armato, che impressionava per il pericolo di rovina, che poteva essere anche imminente. Con sforzi enormi riuscivo a buttare sulla strada i registri, che facevo caricare su carri trainati da cavalli, con altro materiale d’archivio, e trasportare a Genoni, ove l’ufficio riprendeva a funzionare alla bell’e meglio. Avevo anche messo in salvo i mobili della mia casa, trasportandoli io stesso a spalla, nel cortile del palazzo e caricandoli, poi, su altri carri, che li portavano a Selargius in casa di mia sorella Giuditta…”


 



Iniziava così lo sfollamento dei Cagliaritani  verso i paesi dell’interno della Sardegna. Si sfuggiva ai bombardamenti Anglo Americani ma si andava spesso incontro a forti disagi. Perché occorreva pagare l’affitto, procurarsi da mangiare e, spesso, i padri di famiglia erano costretti, sottoponendosi al rischio delle bombe, a recarsi in città per lavorare, mentre le donne e i piccoli figli attendevano fino a sera il loro ritorno.

Però - racconta ancora Nonno Beniamino -  Il Fascismo cadeva il 25 Luglio e il Maresciallo Badoglio succedeva a Mussolini nel Governo. L’Otto Settembre egli chiedeva ed otteneva l’armistizio. Potete immaginare il giubilo del Popolo Sardo e specialmente dei profughi Cagliaritani, costretti, dalla ferocia della guerra, a vivere nei paesi non sempre ospitali dell’isola. Apprendevo la notizia a Nuragus, ove m’ero recato per la consueta visita al nipotino Paolo… Feci, quasi volando, i tre chilometri di strada che separano Nuragus da Genoni, per godere subito, con la mia famiglia, la gioia di quel momento tanto desiderato. I Genonesi erano già sulla strada, conversando in crocchi, perché la radio aveva dato delle notizie sull’avvenimento ed è naturale che nel verificarsi di fatti importanti e desiderati, sorge una forma quasi d’incredulità, che svanisce, però, per effetto di una conferma ripetutamente espressa.-
        Che c’è di vero……? Che si dice a Nuragus……?

La guerra, almeno per noi, è finita, dicevo nell’insostenibile gioia… La guerra, però non era finita, perché i Tedeschi, non accettando l’atto del Governo italiano, continuavano la lotta, dilaniando le belle città della penisola… S’iniziava così un assillante periodo di ritorni degli sfollati verso Cagliari e i paesi circostanti. Nessun atto spiacevole di guerra si era infatti più verificato nella nostra città, mentre la lotta continuava dura e feroce nella media e nell’alta Italia…”
… e là dove finisce il racconto di Nonno Beniamino sulle vicissitudini di Cagliari e della Sardegna, incomincia la storia che coinvolse molti Italiani nella Resistenza contro il Nazi-Fascismo. Fu una lotta di popolo che riguardò uomini e donne, giovani e vecchi. Operai, professionisti, artigiani, comunisti, laici e cattolici. Una fase di guerra terribilmente cruenta che portò al sacrificio di tanti per l’affermazione degli ideali di democrazia, solidarietà, giustizia sociale, tolleranza, pace e uguaglianza. Culminò con la Liberazione del 25 aprile del 1945. Le memorie degli avi  servano a noi per non distruggere (come invece stiamo rischiando di fare) quel gran lavoro di ricostruzione morale e materiale che  con la Resistenza e nel dopoguerra fu realizzato dai nostri padri.
 
Foto 1: Nonno Beniamino ritratto in un laboratorio chimico; Foto 2: Bombardieri Britannici in un disegno di Ferdinando Tacconi; Foto 3 Cagliari martoriata dalle bombe in un'immagine dell'Archivio Federale di Germania; Foto 4 Cagliari come si presenta oggi da una terrazza sull'antico Quartiere Castello.