"La saggezza non esiste, non esiste vecchiezza e forse nemmeno la morte."

venerdì 12 dicembre 2014

Mon Petit Prince...



... oggi ho provato a disegnarti per sentirmi meno solo. Ho riprodotto le tue fattezze con la matita e i colori di china. Alla fine sei riapparso su quel foglio bianco. Coi tuoi capelli biondi come il grano. I vestiti variopinti. Le mostrine d’oro. Il tuo fioretto d’argento che non serve a combattere o ferire alcuno, ma disegnar meravigliose fantasie nel cielo azzurro . Non sai quante volte ti ho cercato e mi son chiesto dove potevi esserti nascosto. Perché quando tu non ci sei  perdo ogni fiducia  al punto  da pensare che “niente ha importanza nella vita (nemmeno la vita)”*  Divento scettico e… “un piccolo principe scettico non è più un piccolo principe.”*  Ti ho ritrovato alfine. Curioso, malinconico, romantico, sognante… pronto a credere  che c’è sempre una via nel deserto. Una pista che il vento e la sabbia a volte ci nascondono ma che noi possiamo sempre ritrovare. Con tanta forza d’animo e l’aiuto delle persone care che a volte appaiono, quando proprio più non te lo aspetti, per ridarti forza e coraggio. Ti ho disegnato coi tuoi colori più belli perché tu non scompaia dal mio cuore … non permetterò mai più che qualcuno ti cancelli.

*Citazioni da"Lettere a una sconosciuta" di Antoine de Saint - Exupery

sabato 6 dicembre 2014

Quando Tex venne in Sardegna



Ricordo che, ai tempi della scuola elementare, molti miei amici leggevano avidamente gli albi dell’eroe del west Tex Willer. Dal canto mio, ero indissolubilmente legato al mondo Disney, con qualche sporadica divagazione nel pianeta Peanuts che, in quel periodo, andava piuttosto di moda. Non amavo i “super eroi”. I buoni per forza. Quelli che alla fine riescono sempre a spuntarla e nemmeno quelli  che facevano un eccessivo uso di armi e munizioni. Probabilmente è proprio per queste ragioni che ho tardato a incontrarmi con Tex. Nei primi anni dell’università si verificò però un evento importante perché ebbi la fortuna di conoscere e scambiar più di qualche parola con Aurelio Galleppini, il papà di Tex, giunto a Cagliari per una mostra dedicata alla sua arte e al suo ormai mitico personaggio. Così la mia memoria torna ad un pomeriggio dei primi anni ottanta  trascorso  alla Cittadella dei Musei,   ad ammirare  le sue tavole e a conversare con questo signore dal fare semplice, gentile e disponibile. Pronto a rispondere a tutte le domande degli innumerevoli ammiratori accorsi per l’occasione.  Galep (così Galleppini  firmava i suoi disegni)  spiegò che Tex, prima di cavalcare per le immense praterie del West ed avventurarsi in qualche pericolosa missione fra le gole del Gran Canyon per stanare feroci banditi e vari satanassi  era passato… dalla Sardegna. Perché fu prima ad Iglesias e poi a Cagliari che Galleppini trascorse la sua gioventù  e, proprio nella cittadina sulcitana, ispirato dai tanti film di Tom Mix che venivano proiettati nel cinema locale, iniziò a disegnare situazioni e ambienti in stile western. Quando la famiglia di Galep andò a vivere a Cagliari, egli si affermò come pittore, illustratore, cartellonista e insegnante di disegno e lasciò nella nostra città pregevoli opere d’arte. Successivamente si trasferì a Firenze per collaborare con l’editore Nerbini.  Il suo grande successo però è legato all’incontro con Bonelli che gli propose la sceneggiatura delle avventure di Tex Willer. Audace, generoso, astuto, ironico e beffardo nei confronti dei manigoldi. Con un linguaggio singolare, colorito. Mai  volgare. Chi non dimentica espressioni ed esclamazioni del tipo: “Gran matusalemme ballerino, vecchio satanasso, tizzone d’inferno, per la barba di Giosafatte…” Questi erano i tratti caratteristici del personaggio di Bonelli e Galleppini che io ho imparato a conoscere e ad apprezzare proprio in quel primo scorcio di anni ottanta.  Amico degli Indiani, tanto da esser nominato da loro Gran Capo Aquila della Notte, Tex ha finito con l’affascinare anche me che, da bambino, mi impressionavo assai quando qualcuno veniva trafitto da una freccia o ferito da qualsivoglia arma. Bene o male son rimasto così, ma trovavo che le avventure di Tex non indugiassero su certe crudezze. Mi sembrava avessero ritmi più rassicuranti e, in quegli spazi bianchi tra una vignetta e l’altra, che così bene descrive Gianrico Carofiglio nel suo libro “Non Esiste Saggezza”, si aprivano immensi spazi liberi per la mia fantasia. Raccontava Galep che, per rappresentare gli scenari western, “dovette attingere alla sua fantasia e ai ricordi della Sardegna.


“ Son passati ormai più di trent’anni da quell’incontro e ho voluto ritrarre Tex mentre vigila sulla Valle di Lanaitto, imbracciando il suo Winchester. Certamente il figlio Kit e gli amici di sempre Kit Karson e Tiger Jack si aggirano nella macchia cercando una pista più agevole o, più semplicemente, una cittadina con un saloon in cui ordinare una bistecca alta due dita e, al posto del solito boccale di birra, un litro di vino di Oliena più nero del sangue di mille Diableros. I cavalli, invece, potranno tranquillamente mangiar la loro biada e abbeverarsi alle sorgenti de “Su Cologone”. Proprio da quelle parti c’è “Il Giardino dei Cactus” che ricorda il nostro eroe e le sue avventure. 


Per raggiungerlo dovrai necessariamente infilarti in quegli spazi bianchi che intercorrono fra una vignetta e l’altra in cui c’è “tutta la vita che non è stata raccontata, le vicende che non diventano storie – per scelta o più spesso per caso – e si perdono nei gorghi del tempo che passa…”  Solo se seguirai questa strada, forse incontrerai il vero Tex. Mentre riposa sotto il loggiato di una bianca casa, col cappello calato sugli occhi. A volte solleva la visiera e guarda lontano… probabilmente pensa con nostalgia alla sua amata Lilith ma questi pensieri restano in quegli spazi bianchi tra una vignetta e l’altra. Là dove non riusciamo a vedere, o non ci è dato, di entrare

Dedicato a Tex Willer e ai suoi Pards Kit Karson, Kit Willer e Tiger Jack, alla memoria di Aurelio Galleppini e Gianluigi Bonelli.

Allo scrittore Gianrico Carofiglio, un ragazzo della mia età che… un giorno di qualche anno fa’ha incontrato Tex e… lo ha pure intervistato!

mercoledì 26 novembre 2014

Acquarelli Cagliaritani

Voglio portarvi oggi a fare un giro per Cagliari. Non con le solite foto ma coi miei acquarelli... Mostrarvela così come la vede il mio cuore. Senza pretese artistiche. Perché so bene d'essere un dilettante allo sbaraglio. Semplicemente con occhi di sogno. Perché questa è la città in cui sono nato e alla quale lego un mare di emozioni e ricordi. Difficile trovare un punto dal quale iniziare ma l'immagine che più frequentemente mi torna alla memoria è il profilo del Quartiere Castello, con le sue torri, i suoi antichi palazzi , la Cattedrale...così come lo si vede da una nave che si appresta ad attraccare alla banchina del porto.




Nella panoramica si intravede, sulla destra, il Bastione di Saint Remy ma... preferisco mostrarvelo in tutta la sua maestà.  




Sulla sinistra si scorge il Palazzo Boyle e sulla destra, di nuovo, la cupola della Cattedrale. Il bianco domina il frontale del Bastione e, allo stesso modo, nella Via Roma, la facciata del Municipio che ho raffigurato in




modo un po' naife (ho buone intenzioni, però, di realizzarne una versione prospetticamente assai più corretta), con il verde della Piazza Matteotti racchiuso in un recinto metallico, tanti personaggi in costume sardo e un carabiniere col suo rosso pennacchio che fa da guardia all'ingresso della casa comunale. Ancora bianco abbacinante sulla facciata della Basilica dedicata 




alla Madonna di Bonaria, con la sua scalinata, ove la gente sale, supplice e devota, per chieder venia dei suoi peccati o una grazia che renda migliore la propria esistenza e quella dei propri cari. Discesi dal Colle di Bonaria e percorso il viale Cimitero, conviene imboccar la via Logudoro e soffermarsi ad ammirar la Basilica si San Saturno...




... segreta, incantevole, è la più antica testimonianza dell'architettura paleocristiana in Sardegna. Un affascinante gioiello che sembra segnar l'estrema linea di confine tra la Cagliari antica e la città nuova, sviluppatasi nel dopoguerra. Cagliari è la città dei mille panorami, delle mille vedute. Da Castello, dal Terrapieno, dalla Passeggiata del Buon Cammino, dall'alto delle candide Torri Pisane... Io però son salito un giorno sul Colle di Monte Urpinu, su quel versante in cui la vista si dismaga 


sullo Stagno di Molentargius, le antiche saline e la Spiaggia del Poetto, dominata dal promontorio della Sella del Diavolo che si protende sull'azzurro mare, come direbbe Omero, ricco di pesci d'argento e... qui finisce la nostra colorata passeggiata in una Cagliari quasi sempre, avvolta in un cielo dall'indescrivibile chiarore, illuminata da un sole che riesce a volte a donar serenità anche nei momenti più grigi.

domenica 23 novembre 2014

I Social Network, Le Statue Parlanti, le Interferenze dei Potenti e ... gli Eretici chiamati a salvar la Patria.


Mi considero un veterano del web, visto che iniziai a far blog nel novembre del 2005, nell’area riservata ai lettori di Repubblica on line, con “La Caravella Portoghese” . Poi ci fu la fantastica avventura di “Metamorphosis” su Stampaweb.  Con “Il Cielo di Saint Ex” e l’attuale “Blogaventura Reporter” si è sviluppata la mia esperienza di “cane sciolto”, fuori da ogni base di stampo giornalistico. Credo di averne viste tante in quasi un decennio. Polemiche fra blogger, potentati inviperiti per la diffusione di notizie delle quali non era gradita la pubblicazione, giornalisti che in vario modo osteggiavano i blog  perché vedevano in qualche modo messa in discussione la loro secolare egemonia e, da qualche tempo, poteri forti che minacciano di usare tutto il loro arsenale pur di bloccare il dialogo che si crea nei blog e nei social network. La cosa che fa specie è che quando si parla di blog e Facebook sembra si tratti di una diavoleria moderna mentre l’abitudine di discutere pubblicamente e lamentarsi delle malefatte dei potenti ha origini ben più antiche. Comprendo bene che quando si scoperchiano le maleodoranti pentole del potere in cui si mestano escrementi  d’ogni sorta ci sia qualcuno che inizi a guardare con cipiglio e a mettere in moto i meccanismi subdoli di certo giornalismo di pessima lega per intimorire la gente, censurare e minacciare. La verità è che la coscienza degli uomini liberi troverà sempre e comunque mezzi di espressione e, se necessario per affermarsi, strumenti di lotta pacifica e non violenta . Dicevo però che noi che facciamo blog, che scriviamo su Facebook non abbiamo inventato nulla di nuovo. Perché, quando parliamo di queste cose, tornano immediatamente alla memoria quelle statue classiche che, nella Roma papalina del XVI secolo, grazie alla fantasia e all’arguzia di un misero ciabattino, acquistarono la parola. Pasquino (questo era il nome di quel ciabattino) pensò bene di appendere nottetempo, al collo di una statua collocata accanto all’ingresso della sua bottega, dei cartelli sui quali esprimeva il proprio malcontento e le proprie critiche nei confronti del potere. I suoi messaggi non passarono inosservati e, ben presto, su altre statue apparvero nuovi cartelli che sostenevano i discorsi ironici e spesso irriverenti proposti da Pasquino. Così, nella Roma Pontificia, in cui la libertà di espressione non era certo incoraggiata, si creò un vero e proprio focolaio di libertà e si iniziò a parlare pubblicamente di quegli argomenti scomodi che, oggi come allora, il potere costituito cerca di nascondere e insabbiare. Il marchingegno ideato da Pasquino non è molto diverso da quello dei blog e di Facebook. Oggi, nel web, scrive Luciano, Antonio risponde e Beppe ribatte. Circolano idee, critiche, pianti e risate. Tanta acqua è passata sotto i ponti. Ma lo spirito è sempre quello di Pasquino, Marforio e Lucrezia. Questa è l’essenza del blog e del social network: la pasquinata, il dialogo spontaneo, il chiacchierio del villaggio globale. La piena convinzione che, alla fine, per dirla con Marco Revelli, “toccherà agli eretici salvare la patria". C’è però chi tutto questo non vuole comprenderlo e continua a lanciare ex cathedra, o meglio, da chissà quale pulpito, anatemi e scomuniche. Speriamo solo che, per evitar d’esser messi alla berlina, da un popolo  ormai stanco dei loro privilegi e delle loro malefatte, non decidan di restituire la mannaia a Mastro Titta.

venerdì 21 novembre 2014

Cafè Orquidea

Non è facile girare per vicoli e angiporti di una città che non conosci. Rischi di perderti e raggiungere il tuo hotel può rivelarsi un’autentica impresa. Son solo coi miei pensieri e il chiacchierio della Baixa mi rassicura di aver imboccato la strada giusta.  L’umidità della brezza atlantica si insinua tra i severi palazzi di quelle strade. Lisbona è per me un luogo della mente, uno stato d’animo. L’ultima luce al limite di un continente. Ormai sono esausto e mi fermo per mangiare un boccone al Cafè Orquidea. Sostiene un vecchio amico che qui fanno delle ottime omelette alle erbe. Che non è male accompagnarle con una limonata ben zuccherata. De gustibus… preferisco una costata di cavallo con patate fritte e pasteggiare con un Vinho de Mesa.  Son solo e  mi soffermo ad ascoltare i discorsi di tre signori seduti al tavolo.  Tre scrittori italiani famosi che dialogano tra loro in portoghese. Con quell’accento malinconico,  a volte mesto che, non so perché, mi sembra accompagnar bene le riflessioni più profonde. Antonio Tabucchi fa gli onori di casa. Gli altri sembrano un po’ spaesati ed è lui, che ben conosce la città, ad averli accompagnati sin qua. Più che per terra o per mare,  sembrano arrivati in questi luoghi sulle ali di un sogno. La loro discussione, intorno alle motivazioni e agli stimoli che ispirano lo scrittore, così serena e pacata, attrae la mia attenzione di curioso e clandestino ascoltatore. Sostiene Tabucchi che “le ragioni del cuore sono le più importanti, bisogna seguire le ragioni del cuore, questo i Dieci Comandamenti non lo dicono ma ve lo dico io, che bisogna stare con gli occhi aperti nonostante tutto… cuore sì, ma anche occhi ben aperti…” Perché, mi vien da pensare, mentre ascolto questi argomenti,  che il nemico è sempre in agguato, pronto a mistificare e a manomettere le tue parole a suo uso e consumo. Ad inchiodarti ad esse. – Ma – continua – è difficile avere una convinzione precisa su quelle che sono le ragioni del cuore… - perché infinite son le tempeste che muovono l’animo umano ed è impossibile governarle, trovare il bandolo della matassa. “Creder d’essere uno che fa parte a sé, staccato dall’incommensurabile pluralità del proprio io rappresenta un’illusione, perché la personalità è una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, ovvero una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto passando a dirigere la coorte,  delle anime , meglio la confederazione e la preminenza si mantiene fino a quando viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per attacco diretto o per una paziente erosione.”  Attacchi violenti, inevitabili e inesorabili corrosioni mutano la nostra personalità e siccome siamo parte di una vicenda collettiva, si trasforma la società, cambia la storia e il modo di vedere il mondo. Così Tiziano Terzani, avvolto nel suo bianco abito di foggia indiana, interviene per sottolineare il senso e l’importanza della memoria. Parla del suo mestiere di cronista e afferma che “i fatti non registrati non esistono. Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta gente viene perseguitata, tormentata e uccisa. Eppure se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che ne fa una foto, che ne lascia una traccia in un libro è come se quei fatti non fossero mai avvenuti. Sofferenze senza conseguenze, senza storia. Perché la storia esiste solo quando qualcuno la racconta. E’ una triste constatazione ma è così ed è forse proprio questa idea, l’idea che con ogni piccola descrizione di una cosa vista si può lasciare un seme nel terreno della memoria a legarmi alla mia professione.” Umberto Eco ascolta a capo chino l’esperienza del cronista, ponendo mente ai tanti viaggi che hanno caratterizzato la vita di Terzani e si chiede se “si viaggia per scrivere o se si scriva invece per viaggiare” e… non è una domanda oziosa perché – sostiene Umberto Eco – scrivi, viaggi, poi decidi di raccontare i tuoi viaggi, poi viaggi ancora per trarre ispirazioni per la tua scrittura e… a volte mi è capitato di scriver qualcosa per avere una buona ragione per viaggiare.” S’è fatto tardi ormai in quel caffè della capitale lusitana. I camerieri girano fra i tavoli per rimuovere posate e stoviglie. I tre scrittori abbandonano il locale e si avviano lentamente, continuando a discutere, sull’Avenida ormai deserta. Il suono pesante e metallico della saracinesca mi desta. Sono sul mio letto, con la testa ripiegata da un lato sul cuscino. La luce ancora accesa. Gli occhiali sul naso e il dito indice fra le pagine di un libro che mi ha portato in una città che ancora non conosco. Fra le pieghe di un sogno che racchiude una miriade di domande. Alla ricerca di una meta che proprio non riesco a trovare.

Ispirato da: “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi – “Un Indovino mi disse” di Tiziano Terzani – Introduzione di Umberto Eco al libro “Saint Exupery – L’Ultimo Volo” di Hugo Pratt.

martedì 18 novembre 2014

Uomini, Caporali e... Caporalesse



Era da tempo che avevo intenzione di dedicare un post al grande Totò. In tutta sincerità non sapevo da che parte cominciare, tanto vasto è il repertorio di simpatia e varia umanità che l’artista napoletano ci ha proposto nel corso della sua carriera. Tuttavia, certe recenti vicende e un arguto commento ricevuto in proposito su Blogaventura Reporter, mi hanno dato l’abbrivio per la realizzazione di questo post che affronta l’annoso problema del rapporto fra “uomini e caporali” e, in tempi di ormai affermate pari opportunità, fra uomini e… caporalesse. Proprio una bella questione che, nel variegato mondo di Totò, fatto di contrasti, contraddizioni e dicotomie, costituisce senz’altro il cardine fondamentale della filosofia dell’attore partenopeo – Questa frase nata durante la mia giovinezza – sostiene Totò – mi è sempre servita come sistema metrico decimale per misurare la statura morale degli uomini, e mi è servita, nuovo entomologo, per classificare l’umanità in due grandi categorie. - Una riflessione che Antonio De Curtis, in arte Totò, matura ai tempi del servizio militare, quando, ancor giovane, coi sue lazzi e le sue macchiette, cercava di accattivarsi la simpatia dei superiori per sottrarsi ai servizi di guardia e di corvées che di norma coincidevano col permesso serale. Non sempre la simpatia e la vivacità del giovane comico facevano breccia nel cuore di certi “militar-soldati” e, talvolta, preso di mira da un caporale ignorante e presuntuoso ma forte del suo grado, il soldato De Curtis doveva rinunciare alla libera uscita per dedicarsi, suo malgrado, ai servizi più umili. Nasce di qui la profonda avversione di Totò nei confronti della presunzione, della prepotenza e dell’abuso di potere che egli efficacemente esemplifica facendo ricorso alla figura di quel sottoufficiale odioso e supponente che  ha ispirato anche, ai giorni nostri, le gesta di nuovi e altrettanti caporali e caporalesse di bassissima lega. Un sentimento che emerge in ogni interpretazione del grande artista napoletano. Nel suo mondo di “miseria e nobiltà”, in cui quegli uccellaci che coprono di vessazioni gli uccellini son subito pronti a chinare il capo dinnanzi alla forza e alla prepotenza dei più grandi. Totò combatte con vigore questi modelli ai quali contrappone uno stile di vita fondato sulla generosità, sulla volontà di comprendere le altrui ragioni, sull’autocritica che non è autoflagellazione né contrizione ma capacità di fare ironia e ridere su noi stessi allo scopo di risorgere e ritrovarsi dinnanzi ad ogni difficoltà. Pensate allora ad un principe che si fa clown, un principe della risata” che posa la sua corona per indossar le vesti del giullare e scender fra la gente. Non cè niente di più nobile. Nulla di più straordinariamente umano.

domenica 16 novembre 2014

"Nello Spazio Nessuno può Sentirti Urlare", ovvero, Storie di Ordinaria Depressione


Prova a pensar cosa è la depressione… Quella che nasce da una condizione divenuta ormai intollerabile. Quel tunnel infinito del quale non riesci a vedere la fine. Quelle interminabili giornate passate da solo a guardar con interesse il vuoto, dall’alto della tua finestra, oppure quella boccetta di tranquillanti che, se presi in una dose più elevata, potrebbero aiutarti a uscire finalmente da questo mondo dal quale ti senti offeso, deluso e talvolta escluso. Pagine e pagine di libri in cui cerchi un’improbabile consolazione. Rispetto ai quali ormai non trovi più interesse. Ormai siamo macchine che valgono solo per quel che riescono a vendere, bestie da soma sulle quali puoi caricare di tutto. Ossessionate quotidianamente, vilipese nella loro dignità.  Che cazzo vuoi? Tanto non hai testimoni per dimostrar quel che dici! Fanno di tutto  per isolarti. Perché ti chiuda il più possibile in te stesso. Tanto, si sa, “nello spazio le urla non si sentono. “ Vogliono farti morire lentamente e liquidarti alla fine con un calcio in culo. Poi decidi di andare al centro di salute mentale, perché di star solo nello spazio proprio non ti garba, perché hai ancora un barlume di ragione che ti frena… prima di saltar dall’ultimo piano o ingurgitare quella boccetta di barbiturici. Perché, anche se per te è dura andare avanti, non vuoi aggiungere  dolore al dolore. Perché tua moglie e i tuoi figli non hanno colpa di quel che ti accade. E poi dicano pure che sei matto ma,  questa di chiedere aiuto alla A.S.L, era ormai  l’unica via per provare a salvarti ed è sempre meglio andarci da soli prima che gli altri cerchino di accompagnarti magari mistificando i fatti.  Scoppi a piangere. Racconti tutto quello che ogni giorno ti capita. I carichi eccessivi per una persona sola, le pressioni commerciali, i rimproveri continui, le minacce più o meno velate, le ansie, i bruciori di stomaco, il mal di testa per quei cazziatoni ossessivi a fine giornata. Proprio quando sei più stanco e i tuoi nervi potrebbero cedere. Quello svegliarsi tutti i giorni alle quattro e iniziare a contar prima  le mezze ore e poi i quarti  per cercare di capire quanto ti manca prima di infilarti nuovamente  in quell’odioso tunnel. Dicono che non hai testimoni, creano muri di omertà sfruttando la piaggeria di eventuali servi sciocchi e utili idioti. Proprio come fanno le mafie.  Così, al centro di salute mentale, trovi finalmente sostegno, cura.  Ti assegnano delle medicine e quel riposo che era diventato ormai un esigenza essenziale visto che ti avevano spremuto come un limone. Qui dicono che ci sono un mare di tuoi colleghi che subiscono queste cose e alla fine cadono in depressione. Che questo sta diventando un problema sociale serio. Che quando capitano queste cose bisognerebbe contattare lo S.P.R.E.S.A.L.. Perché oggi più che mai son necessarie serie indagini sullo stress da lavoro correlato e i danni alla salute provocati ai lavoratori da gestioni del personale sin troppo spregiudicate. Eppure di queste cose si omette financo di parlare e, quando si cerca di porle in discussione, in troppi rimandano o fanno orecchio da mercante.  Perché nessuno vuole impedire che si continuino a far lauti profitti a scapito della salute dei lavoratori. Perché chi ha quattro privilegi se li tiene ben stretti e si guarda bene dal mettersi contro chi gestisce il potere. Perché se prima il potere minacciava gli oppositori con morte, tortura e incarcerazioni oggi tutti hanno capito che è ben più comodo utilizzare il ricatto della perdita del lavoro  che, tra l’altro, consente di mantenere una facciata più pulita dinnanzi a un’opinione pubblica culturalmente così bolsa e fiacca da non avere il coraggio di ribellarsi a niente. Questa è il triste volto di una società orientata esclusivamente al profitto, che tende a far degli esseri umani galline dalle uova d’oro e carne da macello. Creando isolamento, frustrazione, scoramento. Questo, purtroppo, è il mondo che genera quel male subdolo, tenace e terribilmente corrosivo che chiamiamo depressione. La speranza, o forse il sogno (visto che tutti continuano beatamente a fottersene), è quella di  avere sul lavoro, oltre ad organici sufficienti,  condizioni  ambientali di serenità, rispetto reciproco e pacatezza senza le quali è impossibile che le energie del lavoratore vengano impiegate, solo ed esclusivamente,   per risolvere le problematiche fisiologicamente connesse  a qualsiasi ambito lavorativo. Senza che si crei quell’ansia e quella tensione che troppo spesso incidono anche sui naturali tempi di riposo. Senza che ogni dannato giorno si concluda contando le gocce di un tranquillante e di un sonnifero che, come la tua vita, affondano lentamente  in un bicchier d’acqua.